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Omelia nella Messa Crismale 2018

«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21).

Carissimi Confratelli nel Sacerdozio, Religiosi e Religiose, Fedeli Laici,

            le parole conclusive del brano di vangelo proposto dalla liturgia per la Messa Crismale ci invitano ad una attenta riflessione sull’«oggi», cioè sull’attualità di ciò che ha annunciato Gesù nella sinagoga di Nazareth e sul “compimento” della Scrittura che abbiamo ascoltato.

            In questa riflessione del Giovedì santo, che riguarda sempre ogni discepolo del Signore, e quindi tutti, sacerdoti, religiosi e religiose, laici, desidero però soffermarmi soprattutto sulla nostra vita sacerdotale e sul nostro ministero perché noi siamo il “compimento” di cui ha parlato Gesù.

            Infatti la “buona notizia” che aveva annunciato il Signore ai suoi concittadini, “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19) trova oggi compimento nel nostro ministero sacerdotale e nella nostra azione pastorale. Noi siamo il “compimento”, noi siamo la “pienezza” di quell’annuncio.

            Siamo stati, infatti, mandati a portare, a proclamare, a rimettere in libertà. In questi tre verbi si racchiude la nostra più efficace azione pastorale, perché sono indicate le azioni che ha compiuto innanzitutto Gesù con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione e che, oggi, associandoci al suo ministero, chiede a noi di continuare nel nostro tempo. Proprio per questo ci ha consacrato con l’unzione sacerdotale e ci ha fatto dono del suo Spirito, che permane in noi e nelle nostre azioni.

            Tutti e tre i verbi indicano un’azione a favore di qualcun altro: portare è farsi carico del vangelo da offrire ad un altro; proclamare è annunciare all’altro, e a suo favore, la liberazione, la vista e l’anno di grazia; rimettere in libertà è permettere all’altro di essere consapevole della sua condizione di figlio, che è superamento dell’essere schiavo.

            Tenendo presente l’azione di questi tre verbi, possiamo definire il nostro stile sacerdotale: essere padri dei fratelli a noi affidati. Come ha detto Papa Francesco, “Tutti noi, per essere maturi, dobbiamo sentire la gioia della paternità” (Omelia 26 giugno 2013), che consiste nel dare la vita, cioè nel generare vita e nel custodirla.

             La paternità, dice il Papa, “è una grazia che noi preti dobbiamo chiedere: la grazia della paternità pastorale, della paternità spirituale”. Fermiamoci, miei cari ed amati Sacerdoti, a meditare sulla nostra paternità e, umilmente ma con insistenza, chiediamola al Signore. Ed anche voi, fratelli e sorelle nella fede, chiedete al Signore che ci renda veri padri della vostra fede, custodi del vostro cammino sulle vie del Regno di Dio.

            La paternità del sacerdote si sviluppa a partire dalla piena e grata consapevolezza di essere figlio. La coscienza della figliolanza ci rimanda alle nostre radici. Quanto è importante non tagliare le radici perché, altrimenti, si taglia la trasmissione della linfa vitale, della vita. Ma è altrettanto importante essere consapevoli di essere sviluppo di quelle radici. In natura, gli alberi ricevono la linfa dalle radici e manifestano la coscienza, per così dire, del loro innesto su di esse con i frutti che portano. Dove sono le nostre radici? Non certo in noi stessi, ma fuori di noi. Non riconoscere questo vuol dire non considerare la rete di relazioni entro la quale si costruisce la nostra identità, umana e sacerdotale. La conseguenza più ovvia di questa negazione è che, se pensiamo di crescere nel ministero in totale autonomia, senza radici, allora cadremo nel caos, in una vita talmente vaga da essere vuota.

            La consapevolezza della nostra dipendenza da ciò che ci precede ci fa scoprire di non essere in balìa di noi stessi e ci fa sperare sulla possibilità di non soccombere sotto il peso delle nostre fragilità.  Sentirsi figli ci aiuta a vincere ogni mania di onnipotenza, ci permette di riconoscere i limiti e le fragilità e di essere ascoltatori delle domande, esplicite ed implicite, delle persone che incontriamo.

            Il Maestro, di cui siamo stati costituiti discepoli e apostoli, nella sua vita terrena si è sempre comunicato con il Padre attraverso la comunione, la preghiera, la lode e la glorificazione, tanto da affermare: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30). Ed è questa la più grande verità: radice e tronco sono una cosa sola!

            La consapevolezza della figliolanza deve, però, integrarsi con il desiderio generativo: se questo desiderio non c’è o non viene alimentato, allora il non avere figli spirituali, il non diventare pastori, equivale a vivere una vita che non arriva «alla fine, fermandosi a metà del cammino», come dice Papa Francesco.

            È evidente che il desiderio generativo del sacerdote non può che essere verginale, dove la verginità e il celibato non sono limitazione ma, anzi, spazio allargato dove tutti, senza eccezione alcuna, e non solo i gradevoli e i gratificanti, troveranno luogo di accoglienza perché il centro è riservato a Dio.

            Solo in questa prospettiva il Sacerdote è padre del suo popolo, perché è segno di Cristo bel pastore e, allo stesso tempo, anche icona vivente del Padre di Gesù.

            Da ciò scaturisce la necessità di essere sempre di più contemplatori del volto di Gesù e della sua bellezza. "Chi vede me, vede colui che mi ha mandato " (Gv 17, 21) ha detto Gesù. Ed è lui l'immagine radiosa del Padre. Nel Signore Gesù il Sacerdote-pastore partecipa alla stessa fonte della vita: la paternità di Dio. Noi siamo padri perché partecipiamo della paternità di Dio.

            Al Sacerdote gli uomini pongono la stessa domanda fatta a Gesù: "Mostraci il Padre e ci basta" (Gv 14, 8). Il che non vuol semplicemente dire: “Facci vedere dove sta il Padre” o “Facci apparire il Padre”, ma “Mostraci che tu sei Padre”. Prendiamo consapevolezza che al Sacerdote non viene chiesto di essere un artista, o un professore, o un tecnico, ma un padre. Nelle parrocchie non c'è bisogno di un tecnico, di un artista o di un fantasista, c'è bisogno di un padre. Ai fedeli il Sacerdote-pastore deve poter rispondere, con timore e tremore, ma anche con tanta fede, quello che Gesù ha risposto a Filippo: "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14, 9). Cosicché ognuno di noi deve poter dire: ”Chi mi vede, vede il Padre”, lì dove la possibilità di esprimersi in questo modo deve indicare la volontà esplicita di ciascuno di noi di conformarsi all’immagine e alla somiglianza del Padre. La paternità del Sacerdote, nello stile di vita quotidiana, nelle sue parole e nei suoi gesti deve essere la rivelazione dell'amore del Padre che Gesù ha reso accessibile e ha offerto, per mezzo dei suoi discepoli, a ogni creatura. La riuscita di questa rivelazione del volto del Padre può avvenire solo se noi Sacerdoti impariamo a testimoniare sempre la nostra vera ricchezza e la nostra vera povertà. Se Dio è la nostra ricchezza, nessun bene di questo mondo deve nascondere questo tesoro. La povertà è lo stile di vita di chi vuole essere ricco solo in Dio. Il bel pastore deve essere povero di tutto, per essere trasparenza della perla preziosa, del tesoro nascosto che vale più di tutto e che va amato al di sopra di tutto. Ed è in questa povertà che il Sacerdote si offre come vero padre, totalmente donato al suo popolo, disponibile in tutto e per tutti, fino al sacrificio della stessa vita, in una radicalità che può perfino spaventare. Quando una persona bussa alla porta dell’ufficio parrocchiale, non va in cerca solo di un documento o un’informazione ma chiede un volto, una parola, uno sguardo, un’attenzione particolare; chiede una relazione e attende un cenno di dialogo; spesso invoca comprensione, conforto, amicizia, accoglienza libera e gratuita, senza alcun giudizio o condanna. Per questo siamo chiamati a spenderci senza riserve, generosamente, in un esodo da noi stessi senza ritorno. Questa è la vera essenza della paternità sacerdotale. Non importa che in questo movimento d'amore vi sia reciprocità; anzi a volte può esserci addirittura ingratitudine. Ma ciò che conta è la capacità di donarsi totalmente, di consegnarsi generosamente, come Gesù, perché questo irradia la gratuità di Dio. San Bernardo ci ricorda che Dio “non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama” (De diligendo Deo, 26, 3).

            Così, carissimi Sacerdoti, noi siamo chiamati a vivere la paternità verginale, che si alimenta di libertà. La nostra paternità diventa matura quando siamo capaci di lanciare nella vita i nostri figli che, ricordiamocelo, sono figli di Dio, non trattenendoli a sé, come farebbe la chioccia con i suoi pulcini, non facendoli diventare clerodipendenti, ma persone liberate e libere.

            Un terzo aspetto della paternità sacerdotale è la custodia, che è una virtù strettamente collegata con la perseveranza. Papa Francesco, in una sua omelia (26 giugno 2013), volendo spiegare la custodia del padre, ha fatto riferimento alla paternità di Abramo ricordando il momento «tanto bello, in cui prepara il sacrificio: prende gli animali, li divide, ma vengono gli uccelli rapaci. E a me davvero commuove vedere questo novantenne con il bastone in mano che difende il sacrificio, difende ciò che è suo». È un’immagine che Papa Francesco associa a quella di «un padre quando difende la famiglia», di «un padre che sa» cosa significhi «difendere i figli».

            Io mi chiedo e vi chiedo, miei carissimi Sacerdoti: sappiamo difendere i nostri figli? Un segno inequivocabile di questa difesa, o più propriamente, di questa custodia perseverante lo possiamo verificare dall’attenzione che abbiamo nella ricerca di chi è lontano. Un padre di famiglia, se il figlio si allontana da casa, non sta comodo seduto in poltrona, non va a pranzo con totale indifferenza su chi c’è a tavola e chi non c’è. Si mette in ricerca e non smette finché non ha notizie certe, finché non trova chi manca, considerando tutto secondario rispetto al desiderato ritrovamento! Perché sa di non essere pienamente padre se manca il figlio!

            Come ci rapportiamo con chi ci è affidato, che non è solo chi viene a cercarci? Sentiamo l’ansia della ricerca per la custodia? Ci sentiamo spinti dall’amore di Dio ad andare a cercare chi non c’è? Ci spingiamo ad invitare alla mensa eucaristica chi abitualmente non si accosta alla comunione? I giovani li andiamo a cercare nei luoghi in cui possiamo trovarli? Percepiamo che non siamo gli stessi se ci mancano? E non si tratta di una questione numerica, perché un padre di famiglia esercita la stessa custodia verso ognuno dei suoi figli, anche se sono tanti! La custodia che ci è affidata non è quella del museo ma quella dell’agorà, quella della strada, o meglio quella di chi si trova in piazza o in strada!

            Ecco, carissimi e amati Sacerdoti, tra poco vi porrò questa domanda: “Volete essere fedeli dispensatori dei misteri di Dio per mezzo della santa Eucaristia e delle altre azioni liturgiche, e adempiere il ministero della parola di salvezza sull’esempio del Cristo, capo e pastore, lasciandovi guidare non da interessi umani, ma dall’amore per i vostri fratelli?”. Vi prego e vi supplico, in nome del Dio Altissimo, la vostra non sia una risposta rituale, pronunciata solo formalmente, ma manifesti la volontà profonda di essere padri spirituali e verginali dei fedeli a voi affidati. E se anche non vi trovate pienamente in questa condizione di paternità, almeno il vostro “Si, lo voglio” esprima il retto desiderio di raggiungere la pienezza di questo dono e mistero. Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo vi conceda, oggi e sempre, il dono di una paternità feconda secondo lo Spirito.

A voi, amatissimi fratelli e sorelle Laici, Religiosi e Religiose, rivolgo le parole del Concilio Vaticano II e vi chiedo di tenerle in grande conto per il vostro bene e per il bene della Chiesa: “I fedeli, dal canto loro, abbiano coscienza del debito che hanno nei confronti dei presbiteri, e li trattino perciò con amore filiale, come loro pastori e padri; condividendo le loro preoccupazioni, si sforzino, per quanto è possibile, di essere loro di aiuto con la preghiera e con l'azione, in modo che essi possano superare più agevolmente le eventuali difficoltà e assolvere con maggiore efficacia i propri compiti” (Presbyterorum Ordinis, 9).

Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa” (Lumen Gentium, 37): è l’augurio che faccio alla nostra amata Chiesa di Oria. Amen.

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