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Omelia nella Solennità di San Barsanofio Abate

Oria, 30 agosto 2018 - Basilica Cattedrale

Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

Dall’inizio del mio ministero episcopale, ed oramai è tradizione, in occasione della festa del Santo Patrono della Diocesi e della Città di Oria, San Barsanofio di Gaza, sono solito fermarmi a meditare insieme con voi una lettera del Grande Anziano, perché egli continui a svolgere la missione di educatore e padre spirituale, così come ha fatto durante tutta la sua vita terrena. Infatti, la ricchezza teologica e spirituale di San Barsanofio è tale che, non solo ha coperto circa 1500 anni di storia cristiana, ma ancora oggi è continuo alimento per l’anima e per la vita di chiunque decida di sceglierlo come proprio maestro dello spirito. E noi, che abbiamo avuto in sorte l’onore e la responsabilità di custodirne le sacre spoglie, dobbiamo più degli altri abbeverarci a questa fonte spirituale sempre fresca e sempre abbondante.

Quest’oggi desidero fermarmi a commentare la lettera di San Barsanofio n. 229. Com’è noto, il nostro grande Santo è vissuto nel VI secolo nel monastero fondato dall’abate Serìdo in un villaggio di Gaza in una forma del tutto particolare. Egli viveva recluso nella sua cella, senza mai mostrarsi, nemmeno agli altri monaci del monastero, né tantomeno ai suoi figli spirituali, con i quali comunicava o, per meglio dire, istruiva attraverso lettere di contenuto teologico e spirituale, 800 delle quali circa ci sono pervenute. La scelta di non mostrarsi era già un grande insegnamento per i suoi discepoli: infatti, Barsanofio viveva immerso nella lettura e nella meditazione della Parola di Dio per meglio comprendere ciò che il Signore ha rivelato e quali vie ha indicato per giungere a Lui; ma anche per capire le insidie che il nemico di Dio e nostro nemico pone sulla nostra strada per distoglierci dal percorso di purificazione che, solo, può portarci al Padre e, quindi, alla felicità senza fine.

La lettera che è oggetto della nostra meditazione (n. 229), è la risposta del Grande Anziano alla domanda postagli da un monaco suo discepolo, che lo implorava di fargli sapere come liberarsi dal “pensiero di bestemmia” che lo aveva assalito e non lo lasciava in pace.

È necessario precisare che stiamo parlando del pensiero della bestemmia, non dell’atto di bestemmiare. Come succede tante volte anche a noi, quando una bestemmia ci passa per la testa, senza che noi la pronunciamo. Ecco, questo monaco era assalito da questo pensiero e chiede aiuto a Barsanofio.

In risposta il nostro Patrono traccia una sorta di itinerario spirituale per vincere questo tipo di pensieri; tale itinerario è utile anche a noi.

Innanzitutto San Barsanofio manifesta la sua sofferenza per lo stato in cui vive il suo discepolo, che è condivisione di questo stato: “Se io potessi riempire di lacrime questa lettera e inviartela, a te che affliggi te stesso, ciò ti sarebbe utile”. Vedete, miei cari amici, come deve essere l’animo del maestro, ma anche l’animo del fratello. Dinanzi ad una persona avvinta dal male e dal peccato dobbiamo provare sofferenza, dobbiamo versare lacrime e non esprimere giudizi, e non puntare l’indice, né tantomeno gioire perché l’altro è prostrato nella sofferenza dovuta alle sue scelte sbagliate. Versare lacrime, condolersi con l’altro: è questa la via della condivisione vera, è questa la via che ci conduce alla comunione profonda, che ci permette di rispettare la dignità dell’altro. Come non pensare, in questo momento, al grido disperato di aiuto che tanti migranti innalzano verso l’Italia, verso gli italiani. E noi, il nostro ministro, il nostro governo come ha risposto? Lasciandoli prigionieri sulla nave, utilizzandoli come arma per affermare le proprie idee, magari anche giuste, e i propri progetti politici nei confronti degli altri partner europei. Altro che riempire la lettera di lacrime! Altro che condivisione!

Dopo la condivisione del dolore, San Barsanofio manifesta al proprio discepolo la radice maligna di questa situazione: “E che cosa posso fare per un uomo che non ha preparato il terreno del suo cuore per ricevere le parole seminate da me con le mie risposte, per restaurare l’anima dalla vecchiezza al rinnovamento della vita eterna? Perché, se tu avessi accolto prontamente le mie parole, ne avresti gustato la dolcezza che addolcisce l’anima e caccia la tremenda amarezza seminata in te dai demoni. Infatti, da parecchio tempo si è schierato contro di te il demone della bestemmia il quale porta alla perdizione le anime che lo accolgono. Se esamini bene, troverai che senza neppure un solo pretesto degno di considerazione, ti ha preso al laccio per farti morire”.

Il secondo passaggio di questo itinerario che traccia San Barsanofio è l’accoglienza in noi della parola che Dio ci ha riservato e ci offre attraverso il ministero di chi ci guida. È necessario, carissimi fratelli e sorelle, diventare terreno preparato ed accogliente per ricevere la parola che ci fa passare dalla vita vecchia, quella del peccato, della bestemmia, alla vita nuova, quella del Vangelo. Sebbene la parola di Dio che, ribadisco, ci viene donata attraverso i nostri maestri dello spirito, abbia in se stessa una capacità di crescita e di maturazione, come ci ha detto Gesù, ciononostante è necessario essere docili a questa parola, è necessario sforzarsi per metterla in pratica. In altre parole, non possiamo essere superficiali dinanzi all’impegno che Dio ci mette per salvarci; non possiamo rimanere con le mani in mano; non possiamo aspettare che tutto avvenga per opera dell’Altro e degli altri. Dobbiamo fare la nostra parte per la nostra salvezza. Sant’Agostino ci ammonisce: “Dio, che ci ha creati senza di noi, non ci salva senza il nostro impegno”!

L’accoglienza della parola e l’impegno per metterla a frutto ci vengono da una condizione di uomini di speranza. Scrive ancora San Barsanofio: “Se noi non disperiamo, Dio che accoglie il pentimento è sempre fedele”.

La disperazione, cioè la mancanza di speranza, prende l’uomo quando questi si sente braccato da un male molto grave e percepisce che non ha in se stesso la forza per vincerlo. L’uomo di speranza, invece, è consapevole che non può vincere il male con le sue proprie forze e fa affidamento e ricorso alla fedeltà di Dio, si butta nelle sue mani e sa chiedere, con umiltà, aiuto al Padre. Ma la richiesta di aiuto comporta che l’uomo sia disponibile a fare ciò che Dio gli chiede. In altre parole, l'uomo di speranza è colui che riconosce che Dio è fedele e, perciò, non ci lascia nel male.

E allora, cosa fare?

Dunque, risvegliati dall'inganno della schiavitù richiama i sensi che il nemico ti aveva asservito per sottrarti agli insegnamenti che Cristo ti dà per mezzo mio, che prima ti avevo ordinato di spegnere l’ira e lo sdegno sapendo che essi portano l’uomo alla rovina della bestemmia contro Dio”.

Ricominciare la lotta continua alla tiepidezza spirituale, che è l’anticamera della morte dell’anima. Non possiamo tollerare che le nostre scelte di vita, di noi che ci diciamo cristiani, siano lontane dal vangelo. Quando prendiamo coscienza che ci stiamo allontanando dal vangelo, allora è il momento di fare appello alla nostra fede, di rivolgerci a Dio con tutte le nostre forze per chiederGli aiuto, di lottare senza paura contro noi stessi e schierarci dalla parte di Dio. Questo è risvegliarsi dall’inganno della schiavitù!

In questa lotta contro il torpore spirituale, San Barsanofio ci offre delle armi molto efficaci: “Consegui l’umiltà che è il crematorio dei demoni, l’obbedienza che porta il Figlio di Dio ad abitare nell’uomo, la fede che salva l’uomo, la speranza che non confonde, l’amore che non lascia cadere l’uomo lontano da Dio”.

Queste cinque virtù si acquisiscono e si irrobustiscono con la preghiera. Il nostro Grande Padre dello spirito ci offre anche la metodologia della preghiera. Ascoltiamo: “E per quaranta giorni, incominciando da ieri, chiedi perdono a Dio facendo tre prostrazioni e dicendo: Perdona a me che ho bestemmiato contro di te, Dio mio. E in questo modo dà lode a Lui tre volte al giorno con il tuo corpo bestemmiatore dicendo: Gloria a te. o mio Dio, benedetto sei per i secoli. Amen”.

Nella lotta dello spirito, necessaria per permettere all’anima di compiere il cammino verso la salvezza, è necessario coinvolgere anche il corpo, con tutte le sue membra. Prostrarsi dinanzi a Dio vuol dire desiderare di acquisire l’umiltà. Chiedere perdono a Dio mentre si è prostrati vuol dire riconoscersi peccatori e confidare nella misericordia di Dio, che non ci abbandona. Dare gloria a Dio con le proprie labbra è uscire dalla propria autoreferenzialità  e proiettarsi nelle mani del Padre.

Hai peccato, non farlo più. Per i tuoi peccati passati, prega, perché Dio è misericordioso e se noi lo vogliamo perdona i peccati. E soprattutto ricordati che molto può la preghiera intensa del giusto”.

Ecco, miei cari, questo è un percorso che San Barsanofio ci offre per riprendere una vita che sia degna di essere chiamata cristiana.

Concludo con le parole del Grande Anziano, che sono uno stimolo e un monito: “Se ti piace, mettiti al lavoro, se no, perdonami di tutto”. Amen.

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