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Omelia nel Patrocinio di San Barsanofio

Oria, 20 febbraio 2020 - Parrocchia San Domenico

“Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?»” (Mt 19, 27).

Carissimi Amici,
la celebrazione del patrocinio di san Barsanofio sulla nostra città di Oria ci dà, una volta di più, la possibilità di comprendere meglio il Vangelo, con il preciso scopo di seguirlo nella nostra vita sapendo che è l’unica via di salvezza, anche aiutati dagli insegnamenti del Grande Anziano.
Vorrei che risuonassero con grande forza nella nostra coscienza le parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo or ora proclamato, parole che Pietro ha rivolto a Gesù: “noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Se guardiamo la vita dell’Apostolo Pietro e degli altri Apostoli, ci rendiamo perfettamente conto che questa affermazione non è esagerata, ma risponde a verità. Davvero hanno lasciato tutto per seguire il Signore: famiglia, lavoro, amici, convinzioni religiose. Ma è veramente edificante vedere come questa spoliazione, questo lasciare tutto, non sia avvenuto in una sola circostanza e tutto insieme. È stato, piuttosto, uno svuotamento continuo e progressivo: man mano che scoprivano il mistero di Gesù, abbandonavano tutto ciò che impediva loro di goderne appieno.
D’altra parte, nessuno può conoscere e possedere tutta la vita divina in modo totale e completo con un solo atto di scelta, anche se fosse il più perfetto. È necessaria una progressione che sia continua. Il Signore ci insegna questa pedagogia, che è la Sua, anche attraverso la rivelazione biblica: il progetto di Dio, progetto di salvezza e di gioia per l’uomo, è stato portato alla sua conoscenza man mano che l’uomo è stato reso capace di comprenderne la grandezza. E questo ha comportato, come sappiamo, molte scelte da parte dell’uomo, specialmente dinanzi a cadute e tradimenti.
Ma ritornando alla vita degli Apostoli e di San Barsanofio, son proprio loro che oggi ci pongono la domanda esistenziale: che cosa ho lasciato io per seguire Gesù? E che cosa devo oggi lasciare per continuare la mia sequela del Signore?
Appare subito evidente che questa domanda è posta a tutti coloro che scelgono di essere cristiani; non è una richiesta per i soli addetti ai lavori, per i soli ministri e per i laici che sentono maggiormente di voler seguire la via del Vangelo. È una domanda per tutti, con gradazioni diverse, ma per tutti. Sicché tutti dobbiamo sentirci interpellati, tutti dobbiamo dare una risposta, tutti dobbiamo trovare una strada.
Scrive san Barsanofio: “Iddio ha dato agli uomini due doni per mezzo dei quali essi possono essere salvati e liberati da tutte le passioni dell’uomo vecchio: l’umiltà e l’ubbidienza” (Ep. 553).
Eccoci indicato dal nostro Patrono ciò che veramente bisogna abbandonare per seguire il Signore: le passioni dell’uomo vecchio.
Quali sono le passioni dell’uomo vecchio? Sono tante; scrutando la Scrittura si può essere facilmente istruiti in questo campo. Ma noi oggi vogliamo chiedere aiuto a san Barsanofio, il quale così ci risponde: “Cessa di essere iracondo, violento e invidioso” (Ep. 553).
Come si vede, questo grande maestro dello spirito ci indica, come via di sequela, non il semplice abbandono dei beni temporali, delle ricchezze, delle cose esterne a noi. Ci pone dinanzi alle nostre passioni più recondite, quelle che condizionano le nostre scelte, le nostre relazioni con le persone e con le cose.
Iracondo. Chi è l’iracondo? Colui che è facile all’ira. E come sappiamo l’ira è uno dei sette vizi capitali. Stiamo attenti, però: non dobbiamo qui intendere l’esplosione occasionale di rabbia. L’ira diventa un vizio quando a causa di una estrema suscettibilità, che noi abbiamo prima trascurato e poi coltivato come affermazione dei propri diritti dinanzi agli altri, anche la più trascurabile delle inezie fa scatenare in noi una furia selvaggia e ci porta ad un desiderio disordinato di vendicare un torto subito. E bisogna anche aggiungere che il torto che crediamo di aver subito, spesso è solo in realtà una nostra proiezione.
Per la sequela di Gesù bisogna abbandonare questo vizio, o meglio adoperarsi fattivamente per non cadere in esso. Si tratta di mettersi in preghiera e riconoscere dinanzi al Signore ciò che realmente noi siamo e non ciò che desideriamo e poi crediamo di essere. Bisogna, in una parola, fare verità della nostra vita. Scrive il Grande Anziano: “Di’ al pensiero: Chi sono io? Terra e cenere, e un cane” (Ep. 553). E una volta che abbiamo consapevolezza dei nostri limiti, porre in atto tutti quegli atteggiamenti che possono sconfiggere il male e far crescere il bene. Ci aiuta ciò che san Paolo scrive nella Lettera ai Romani: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (12, 21).
Violento. Chi è il violento? È facile a dirsi: colui che fa uso della forza. Ma l’uso della forza è sempre violenza? Scrive san Tommaso d'Aquino: “Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita” (Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74). Così, non sempre l’uso della forza è illecito; ma dobbiamo anche considerare che non sempre si riesce a dosare la forza quando c’è una reazione. E così si rischia di diventare violenti. Pensiamo anche all’uso della parola: quanta violenza ci può essere nell’uso di un dono grande che Dio ci ha fatto per essere in relazione con Lui e con il prossimo. D’altra parte Gesù ci ha detto: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29).
San Barsanofio ci offre una via sicura per non cedere alla violenza, anche solo verbale: “Un fratello domandò al medesimo Anziano: Se sento dire di uno, che parla male di me, che cosa devo fare? Risposta: Alzati subito e prega prima per lui e poi per te stesso dicendo: Signore Gesù Cristo, abbi pietà di questo fratello e di me tuo servo inutile; e proteggici dal maligno per le preghiere dei tuoi santi. Amen” (Ep. 559).
Invidioso. Anche l’invidia è un vizio capitale; a differenza della superbia, della gola e della lussuria, l’invidia non procura piacere. L’identità dell’uomo, per costituirsi e crescere, ha bisogno di essere riconosciuta. Se non c’è riconoscimento da parte dell’altro, la nostra identità diviene più incerta, comincia a sbiadirsi, si atrofizza. È questo il terreno in cui l’invidia attecchisce perché permette, a chi non sa valorizzare sé stesso, di salvaguardarsi demolendo l’altro. Si comprende, così, che l’invidia affonda le proprie radici nel profondo dell’uomo ed è accolta come un meccanismo di difesa, in quanto prova a recuperare la fiducia e la stima di sé stessi svalutando l’altro. In tal modo l’invidioso sviluppa una sua propria strategia: comincia con lo svalutare le persone percepite come «migliori» di sé attraverso pensieri e parole, e continua danneggiando la persona invidiata, che viene considerata colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del dovuto, più di quanto non lo sia chi invidia. Molto spesso c’è confusione tra due vizi: invidia e gelosia. È necessario, però, considerarle nella loro specificità: l’invidia è il risentimento verso qualcuno che possiede qualcosa che io non ho; la gelosia, invece, è la paura che qualcuno mi sottragga ciò che è mio. In altre parole, l’invidia è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si riflette in un odio distruttivo verso l’altro.
Nel romanzo “Invidia” (1928) di un autore russo, Jurij Olesa, il protagonista si interroga: “Per cosa sono da meno di lui? Per intelligenza? Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per forza? Per importanza? Perché devo subire la sua superiorità?”.
Il commento di san Pier Crisologo è quanto mai efficace. Egli dice che l’invidioso “è un carnefice di sé stesso”, e possiamo aggiungere, di chi gli è vicino.
Riascoltiamo ancora san Barsanofio, che continua ad essere nostro protettore indicandoci la modalità evangelica per abbandonare ciò che intralcia il nostro cammino alla sequela di Gesù: “Cessa di essere iracondo, violento e invidioso. Sappi che tali uomini sono disprezzati e non onorati. Lascia ogni via tortuosa e piega il collo all’umiltà e all’ubbidienza e troverai misericordia. Se farai con umiltà e ubbidienza ciò che ti si dice, non solo Dio darà buon esito all’opera che hai tra mano, ma farà riuscire bene tutte le tue opere, poiché egli custodisce la via di coloro che lo temono e protegge i loro viaggi. Perché ti arrabbi? Perché contendi? La misericordia di Dio ti viene in aiuto, se tu perseveri nell’attenderlo con pazienza” (Ep. 553).
Il Signore Dio, per l’intercessione di san Barsanofio, al quale chiediamo ancora e sempre di proteggere la nostra Città e la nostra Diocesi di Oria, ci conceda di saper abbandonare ciò che ostacola il nostro cammino verso di Lui per poter ricevere, secondo la parola di Gesù, “cento volte tanto e in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29). Amen.

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