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Omelia del vescovo Vincenzo nel X anniversario di ordinazione episcopale

Oria, 21 novembre 2020 - Chiesa di S. Giovanni Paolo II

 “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, …” (Is 61, 1a).

            Questa celebrazione giubilare del X anniversario della mia ordinazione episcopale, avvenuta l’8 aprile 2010, tanto desiderato, voluto e organizzato dal Collegio dei Consultori nonostante il terribile tempo che stiamo vivendo a causa della pandemia da Covid-19, poteva essere un’occasione per redigere una sorta di resoconto di questi anni vissuti insieme: analizzare ciò che va bene e ciò che deve essere corretto, ringraziare Dio per la grazia che ci ha elargito e la misericordia che ci ha usato e chiederGli perdono per la tiepidezza del nostro impegno.

            Ho preferito seguire un’altra via, che vorrei definire di “contemplazione”; percorso che ci deve portare a contemplare il ministero episcopale così come lo indica Dio nella Sacra Scrittura e così come lo propone la Chiesa.

            Certamente non può mancare la lode e il ringraziamento al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo per la grande quantità di amore che hanno riversato sulla mia persona e su tutta la Chiesa di Oria e sulla Chiesa Universale attraverso il mio povero ministero pastorale; così come non può mancare la richiesta di una abbondante effusione di misericordia per il bene che si poteva fare e che non è stato fatto. E non può nemmeno mancare il grazie più sincero e cordiale a tutti i Sacerdoti, diocesani e religiosi, con i quali abbiamo condiviso le fatiche pastorali: senza di loro non avrei potuto svolgere il ministero episcopale. E grazie anche alle Religiose e ai Religiosi e a tutti i Laici per la loro disponibilità e il loro impegno alla diffusione del Vangelo.

Ma, senza escludere tutto questo, mi permetto di invitarvi ad orientare il vostro cuore all’unico e grande Vescovo che è Gesù Cristo. Sant’Ignazio di Antiochia così scrive ai cristiani di Roma: “Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che, in mia assenza, ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo veglierà come Vescovo su di essa, e la vostra carità” (Rom 9, 1). E sia proprio questo lo stato d’animo con cui vi prego di accogliere questo mio dire.

            Così come la Chiesa visibile è immagine della Chiesa invisibile, la nuova Gerusalemme, così il Vescovo visibile è immagine del Vescovo invisibile ed a Lui deve essere obbediente, proprio perché ne è l’immagine.

            Nella prima lettura, dal profeta Isaia abbiamo ascoltato queste parole: “…il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato…”. Sono parole che, in modo evidente, si riferiscono in primo luogo a Gesù Cristo: Lui è l’Unto del Padre, il Consacrato nella verità e l’Inviato nel mondo (cfr. Gv 20, 21). L’opera della salvezza l’ha compiuta Gesù, con la Sua morte e resurrezione, ed è sempre Lui che la rende attuale e operante in ogni tempo e in ogni luogo. Ma ha scelto di unire a Sé, alla Sua missione gli Apostoli e i loro successori. E li ha consacrati e li ha inviati. Anzi sempre li consacra e li invia.

            Così il Vescovo, che è successore degli Apostoli, è consacrato dallo Spirito di Gesù per essere inviato. Non ci può essere un Vescovo che si dia una missione, né tanto meno che la scelga secondo i suoi gusti e i suoi interessi. Ogni Vescovo è consacrato per la missione che il Padre sceglie di dargli; missione che ripropone sempre ed unicamente quella di Cristo. Sono illuminanti le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel vangelo: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Proprio così: il Vescovo è scelto! Ed è scelto da Gesù non per le sue proprie capacità o per le sue proprie competenze, sebbene questo sembri essere il metro umano di scelta; ma per essere costituito nella capacità di andare e di portare frutto che rimanga.

            Ecco un punto essenziale di come guardare alla figura del Vescovo. Solo la fede ci fa capire questi passaggi fondamentali! Il Vescovo è scelto, è costituito ed è mandato! Non viene da sé stesso. Se venisse da sé stesso, avremmo motivo e giustificazione per non ascoltarlo. Ma se viene scelto, costituito ed inviato, in lui dobbiamo vedere la presenza di Chi lo scelto, costituito ed inviato. Ancora Sant’Ignazio d’Antiochia ci illumina nel saluto che egli fa nella lettera inviata ai cristiani di Filadelfia: “È la mia gioia eterna e perenne se tutti sono una cosa sola con il Vescovo e con i suoi Presbiteri e con i Diaconi, scelti secondo il pensiero di Gesù Cristo, che nella sua volontà li ha confermati con il suo Santo Spirito”.

            Da questa scelta e da questa conferma scaturisce l’obbedienza del Vescovo. Un’obbedienza a Cristo che diviene causa di salvezza eterna per sé e per coloro a cui è mandato: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek” (Eb 5, 8-10); così ci ha istruito la Lettera agli Ebrei. Obbedire a Cristo vuol dire avere il Suo pensiero, cercare il Suo pensiero, vivere del Suo pensiero. E proprio per questo il Vescovo può chiedere l’obbedienza a coloro che gli sono affidati. Ancora un’esortazione di Sant’Ignazio ci illumina: “Correte in armonia con il pensiero del Vescovo” (Lettera gli Efesini, 4, 1). Secondo il pensiero di questo Santo Padre della Chiesa, la sorgente dell’armonia ecclesiale è l’armonia liturgica, nella quale il ruolo del Vescovo appare visibilmente come il cuore della comunità. E l’assemblea terrestre rende visibile l’assemblea liturgica celeste nella lode elevata con il tono di Dio.

            Se chi è affidato alle cure del Vescovo deve correre in armonia con il suo pensiero, questi, però, è chiamato a vegliare per risvegliare i fratelli, dal momento che ha ricevuto “uno spirito che non dorme” (Ignazio d’Antiochia, Lettera a Policarpo, 1, 3).

            In cosa consiste la veglia del Vescovo?

            Nell’esercizio delle virtù, di tutte le virtù. Ma tra tutte oggi, nel nostro particolare contesto storico, credo che siano particolarmente importanti per il Vescovo la Fede, la Saggezza e la Fortezza.

            La Fede.  Il Vescovo deve essere innanzitutto un uomo di fede, un credente e, conseguentemente, un testimone credibile. Sembra strano parlare in questi termini, come se ci potesse essere un Vescovo che non crede! E purtroppo, invece, è proprio così! Non è sufficiente avere la conoscenza della fede per avere fede; non basta aver studiato teologia per essere un credente; saper proporre con un linguaggio colto, affascinante e condivisibile una verità di fede non fa del Vescovo un testimone credibile. Il Vescovo deve essere uno che crede personalmente, che ha fatto esperienza di abbandono confidente nelle mani di Dio. Il Vescovo deve essere una persona che Gesù Cristo lo ha incontrato, e non una sola volta! Che vive di questo incontro; che si fida della Sua Parola, proprio come San Pietro: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5, 5). Solo a questa condizione il Vescovo può essere maestro di fede! E il suo linguaggio non può essere impersonale, che parla per temi prefabbricati che spersonalizzano il pensiero e la parola e svuotano le relazioni. Deve essere un parlare che trasmette non concetti ma Persone, Padre, Figlio e Spirito; e Persone che si sono incontrate. E benché il parlare del Vescovo parte da una fede vissuta soggettivamente, non deve però essere ingabbiato dal soggettivismo. Il Vescovo non parla per opinione personale, parla da maestro di fede, della fede che vive e illumina la sua esistenza e la sua azione, perché per il Vescovo la fede non è una teoria conservata nell’intelletto ma un’esperienza di verità che lo rende persona; e come persona, non parla per sé stesso, ma per Colui che, quando Lo si incontra veramente, fa diventare persone.

            Quando il Vescovo vive una tale esperienza, allora è capace di farsi consigliare e, al contempo, mantenere la necessaria indipendenza di giudizio. Chi non sa ascoltare e non sa accogliere non è capace di dare agli altri. Ma anche chi non ha una propria esperienza di fede, un proprio sperimentato giudizio di fede, di cosa sia e di cosa non sia fede, perde la libertà e diventa seguace di correnti e anche di ideologie e, perciò, non è utile agli altri.

            Il Vescovo deve essere profondamente convinto che Dio attraverso Cristo nello Spirito Santo è presente e agisce realmente nella Chiesa e nel mondo e che prende in seria considerazione anche ciò che è piccolo. Deve essere pienamente convinto che Dio, per il fatto che ci sia e che la nostra vita stia di fronte a Lui, Egli è la cosa più importante di questa nostra vita. Questa fede gli dà il coraggio della serenità.

            La Saggezza. Innanzitutto cos’è? La saggezza è la capacità di indirizzarsi alla verità dell’essere e alla verità della persona. E, pertanto, implica la capacità di percezione, di realismo e di obiettività. Il Vescovo è “colui che vede”, e deve avere il coraggio e la capacità di vedere le cose nel modo giusto. Questa saggezza, questo modus agendi gli viene dalla fede in Dio, perché da Lui trae lo sguardo su tutto. Il Vescovo non è colui che sa tutto, non è lo specialista di ogni cosa. È proprio il contrario: la saggezza del Vescovo è quella di riconoscere i propri limiti e, allo stesso tempo, avere lo sguardo sul tutto perché, con umiltà, faccia valere questo sguardo contro ogni mancanza di misura.

            La Fortezza. Diceva Santa Teresa d’Avila: “Dio vuole e ama anime intrepide”. L’amore cristiano non vuole un modo di pensare che ceda di fronte ad ogni pressione, ma implica la contraddizione e la lotta. Proprio Gesù, con il Suo dire e il Suo operare, ci fa comprendere questa virtù tanto necessaria nel nostro tempo a tutti, ma specialmente al Vescovo: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ma anche “Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe” (Mt 21, 12). La vera mitezza non ha nulla a che vedere con la debolezza di chi cerca di evitare qualunque problema e l’indignazione di Gesù non è un temperamento incontrollato ed egoistico. La fortezza, quando è vera e seria, è combattiva perché vuole il bene dell’altro a cui, molte volte, l’altro stesso si oppone. La vera fortezza è resistere contro quella dolce tentazione di cavarsela comodamente attraverso il compromesso con la menzogna. Fortezza non significa non avere paura, ma non lasciarsi sopraffare dall’ansia e dalla paura sino a tradire la verità e la causa giusta. Il Vescovo, con la virtù della fortezza, deve avere il coraggio di contraddire le opinioni della maggioranza quando queste non corrispondono ai criteri del vangelo; di opporsi ai cliché della mentalità comune, specialmente quando questi vengono presentati come morali e tali non sono; di infrangere, per amore del compito di cui è garante, le comode convenzioni di gruppo. Nel libro della Genesi, nel racconto della creazione, vengono usati spesso i verbi “separare, dividere” perché la distinzione è la condizione per l’unità. Unire significa sempre anche distinguere; e la giusta distinzione non si oppone all’unità, ma è la via verso di essa. Questa è la virtù della fortezza che oggi è richiesta al Vescovo. È evidente che la fortezza chieda anche di non operare divisioni laddove non sono necessarie, o di tacere e soprassedere dove questo sia preferibile; e anche lasciar crescere la zizzania con il buon grano, rimettendo il giudizio a Dio quando non spetta al Vescovo. La mitezza del Vescovo è convincente quando non è debolezza perché è un bene la cui forza deriva dalla fede; e la fortezza del Vescovo è convincente quando non è severità e testardaggine ma sofferto coraggio della verità. E, infine, la fortezza del Vescovo si manifesta nell’indulgenza che offre ma anche che chiede e che sa accogliere per sé.  

Mi ha molto colpito ciò che dice Sant’Agostino, probabilmente riferendosi anche alla propria esperienza di vita, circa il ministero episcopale: “Tali uomini, dunque, prima che si consacrino al servizio di Dio, nel mondo godono di una certa libertà, per molti aspetti deliziosa. Sono come le uve o le olive ancora pendenti sull'albero. Viceversa, la Scrittura contiene la massima: Figlio, quando ti metti al servizio di Dio, sta' saldo nella giustizia e nel timore e disponiti alla prova; per cui chi si consacra al servizio di Dio ha da sapere che è entrato nel torchio. Sarà stritolato, schiacciato, spremuto. Non perché abbia a morire fisicamente, ma perché fluisca nei serbatoi divini” (Sant’Agostino, En. in Ps. 83, 1).

Nell’immaginetta-ricordo della mia ordinazione sacerdotale, avvenuta 36 anni orsono, volli utilizzare un’espressione di Sant’Ignazio di Antiochia nella sua lettera ai Romani, che ho trovato estremamente attuale nel ministero episcopale: “Io sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle belve perché possa essere trovato pane immacolato di Cristo… Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo” (4, 1).

            Nell’esercizio del ministero episcopale più volte mi sono sentito definire “pastore” di questa amata Chiesa di Oria, nella quale ho iniziato il ministero episcopale proprio nella IV Domenica di Pasqua, quella del Buon Pastore. Qual è la caratteristica del pastore del tempo di Gesù? Precede il gregge e gli indica la via che egli stesso percorre perché la conosce, sa dove sono i pericoli e quali devono essere affrontati e quali evitati. Sa dove trovare ristoro e riposo. Conosce il variare del tempo e sa trarre le giuste conclusioni perché il gregge non venga investito dalla tempesta o dal sole cocente. Conosce le pecore, sa cosa può pretendere da loro e cosa no. Sa che le pecore non sono lì per lui, ma lui è lì per loro e le ama e, perciò, le conduce anche contro i loro capricci e le loro ostinazioni. Sa che i pericoli sono inevitabili e che richiedono tutto il suo coraggio e la sua dedizione. Il Vescovo, come pastore, è anche “colui che vede”: deve vedere il tutto e il particolare, al momento opportuno e al momento non opportuno. E vede con la fede.

            Il mio motto episcopale “In Verbo tuo” richiama l’Apostolo Pietro mentre svolge il suo lavoro di pescatore. Anche questa figura, oltre a quella del pastore, dice qualcosa di importante sulla missione del Vescovo.

            Come il pescatore che cattura i pesci, anche il Vescovo è chiamato a tirare fuori dall’acqua gli uomini ma non per ingannarli né per farli prigionieri: al contrario, per condurli dalla schiavitù dell’abitudine alla libertà della verità.

            E poi i pescatori non lavorano in solitudine ma in comunione, nella stessa barca. Quanto è espressiva questa immagine del lavoro pastorale che il Vescovo deve fare con il suo Presbiterio. Si deve lavorare insieme, in collaborazione e in comunione. E questo lavorare insieme favorisce la messa in pratica del comandamento di Gesù, che abbiamo ascoltato nel Vangelo: “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15, 17).

            E c’è un’altra qualità del pescatore: il coraggio della pazienza e della perseveranza, ma anche la consapevolezza di dover rimanere entro certi limiti, di dipendere da forze che non si possono dominare.

Oggi è la festa della Virgo fidelis: a Lei affido la fedeltà del mio ministero episcopale. A Lei chiedo di avere uno sguardo di amore, di protezione e di predilezione per il gregge di Oria e per il suo pastore e pescatore.

            A Voi, cari Sacerdoti, Diaconi, Religiosi, Religiose e Laici, chiedo di sostenere, con la responsabilità della preghiera e dell’affetto fraterno, la missione del Vostro Vescovo. E vi invito a pregare con la preghiera della consacrazione episcopale scritta da Sant’Ignazio d’Antiochia e usata nella Chiesa primitiva:

Concedi, Padre che conosci i cuori, a questo servo Vincenzo che hai scelto per l’episcopato, di pascolare il tuo santo gregge, di esercitare, in maniera irreprensibile e in tuo onore, la massima dignità sacerdotale stando al tuo servizio giorno e notte, di rendere il tuo volto incessantemente propizio, di offrirti i doni della tua santa Chiesa, di avere, in virtù dello Spirito del sommo sacerdozio, il potere di rimettere i peccati secondo il tuo comando, di distribuire i ministeri secondo la tua volontà e di sciogliere ogni legame in virtù del potere che hai dato agli Apostoli, di esserti accetto per la mansuetudine del suo spirito e la purezza del suo cuore, di offrirti il profumo della soavità per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio, per il quale hai gloria, potenza e onore, Padre e Figlio con lo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen”.

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